Quando “Il diavolo veste Prada” ci insegnava qualcosa

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La moda è un atteggiamento mentale.
In un qualche modo, ogni volta che accade un evento significativo nella nostra vita, lo esprimiamo attraverso un cambio di stile che vacilla tra il trascurare il nostro aspetto ed il prestarci eccessiva attenzione.
Quante volte avete sfoggiato un taglio nuovo di capelli o vi siete calati in discussioni accese, pensando che spiegare le differenze tra la scelta di Shatush o Balayage, possa convincere voi stessi e gli altri che avete dato il “taglio” giusto alla vostra vita.
Ostentazione. Viviamo da sempre per mostrare qualcosa, perché tutto passa attraverso gli occhi. Si ma proprio tutto. Un’arma a doppio taglio insomma. Con l’estetica trasmettiamo le immagini del nostro carattere, quindi attenzione al look specialmente a lavoro.
Un esempio emblematico di trasformazione intelligente, possiamo coglierlo nel film cult “Il diavolo veste Prada!” Ricordate la nostra Andy con le gonne della nonna e i maglioni azzurro infeltrito?
Andy è una ragazza semplice, che si porta dietro un bagaglio di valori, espressione delle sue ambizioni autentiche, almeno fino a quando non fa ingresso nella rivista Runway. Le tacchettine, magrissime e super fashion richiedono a colpo di tacchi e sguardi taglienti, un processo di iniziazione al loro codice di abbigliamento. Dopo una prima resistenza, la protagonista capisce che una trasformazione è necessaria ma solo se figlia di una scelta consapevole, che non intacca sé stessa ma che la aiuta a fare il grande salto per entrare nel mondo degli adulti, dove l’arte del compromesso ci apre ghiotte possibilità facendoci scoprire qualcosa di nuovo. Non c’è mai nulla di personale insomma. Non è questione di essere giusti o sbagliati.
Non dimentichiamo che l’evoluzione personale arriva sempre dall’incontro con il diverso.

Il Dress Code non è una parola moderna
Dalle foglie di fico agli abiti d’«annata», tutte le società umane hanno adottato un codice di abbigliamento, che da sempre serve a dare un’indicazione del rango sociale, della classe a cui un individuo appartiene, la religione, lo stato civile, l’orientamento sessuale, l’appartenenza politica. L’abito non è solo funzionale ma ha anche un forte valore simbolico. In ogni luogo del mondo abiti e accessori formano un linguaggio. Non è difficile comprendere anche come nel mondo del lavoro, sia importante avere un occhio di riguardo per il proprio look. Il significato di dress code, essendo legato al periodo storico alla società e al costume, è sempre in costante evoluzione. I tempi mutano, ma ci sono regole che possono orientarci sempre.

Ponetevi la domanda: io, oggi chi rappresento?
Quando camminiamo per strada, andiamo a mangiare una pizza o beviamo un caffè con gli amici, portiamo noi stessi e i nostri valori. Ma quando siamo a lavoro, a una cena con il capo o ad un evento aziendale, le cose un po’ cambiano. In quel caso siamo noi e l’azienda e in questo binomio non possiamo esporci facendo prevalere unicamente le ragioni del nostro ego. In questo consiste il buon compromesso che nasce spontaneo quando si radica in noi un sentimento di appartenenza.

L’abbigliamento deve essere sempre adeguato al settore
Se il macellaio sotto casa indossasse una divisa da steward, che reazione avreste? Se siete dotati di sano humor vi fareste una buona risata, ma diversamente storcereste il naso. Anche se il sogno nel cassetto del macellaio x, fosse quello di volare nei cieli, nell’esercitare la sua mansione, quell’abito sarebbe comunque inadeguato; non a caso esistono le divise per ogni mansione. Lo stesso vale anche quando una divisa non la si indossa. Per intenderci, anche l’abbigliamento da spinning non va bene se lavoriamo in ufficio (anche fosse nel reparto creativo), perché non è funzionale alla mansione oltre a intaccare il decoro aziendale.

Mai abusare di..
Equilibrio in tutto. La misura è la chiave. Non eccedete mai in niente. Mai troppo casual, mai troppo ingessato, mai troppo sportivo, mai troppo di nulla.

La libertà si acquisisce strada facendo
Potrete concedervi stravaganze alle Zukerberg o alla Farinetti, giusto o sbagliato che sia, quando diventerete dei colossi. Prima vi penalizzerà solamente. Se dovete rischiare fatelo con un’idea.

Concedetevi un tocco personale
È sempre possibile lasciare una traccia della propria personalità, almeno fino a quando si può scegliere fra un ventaglio di possibilità. Per esempio. Vada per le camicie, quelle sono concesse sempre. Ma ci pensate di quanti colori e tessuti diversi potete sceglierle? I capelli, potete anche non doverli tingere di verde, ma in quanti modi diversi li potete raccogliere? E gli orecchini? Per non parlare delle borse o le cravatte per i maschietti.

In breve, non abbiamo voluto intenzionalmente imbrigliare il discorso sul dress code in regole troppo rigide. Farvi un elenco degli abiti giusti e quelli sbagliati sarebbe stato fuorviante e in parte scorretto. Non c’è nulla di oggettivamente sbagliato. Tutto è adeguato in base al contesto. Capite bene cosa vuole comunicare l’azienda per la quale lavorate e agite di conseguenza. Essere buoni comunicatori significa anche questo. La vera chiave è la comprensione dei valori aziendali. Quando frequentate un ragazzo/a e stalkerizzate i suoi profili social, è perché volete conoscere i suoi gusti, le cose che gli piacciono il suo modo di pensare per entrare in sintonia con lui e capire se c’è affinità. Lo stesso dovete fare con la realtà aziendale che vi accoglie, fatelo dopo ma soprattutto fatelo prima per una buona, felice e duratura convivenza.
E ora in vista del cambio di stagione, buon restyling dell’armadio a tutti.